E’ giunto il momento di raccontare di te, Othala ᛟ.
Nata in un giorno di primavera, come un germoglio che non vede l’ora di sbocciare, l’intaglio di Othala è risalito alla superficie in una forma differente da quella immaginata.
L’ultimo pezzo di quello stesso ramo di ulivo racchiude in sé l’ultima runa dell’alfabeto germanico antico.
Una malinconia profonda muove i miei strumenti. Sento che questa malinconia, in qualche modo, non mi appartiene totalmente. E’ lì, viva, forte, offusca la mente e non mi mostra ciò che è ma ciò che vorrei che fosse.
Ma cosa voglio veramente?
Il pezzo di ulivo, tondeggiante a un’estremità e cuspidale dall’altro, dove l’intervento di potatura dell’autunno precedente lo ha reciso dalla pianta madre, è lì che mi osserva e io non mi accorgo.
Mentre inizio a scavarne le prime forme, penso che la parte tondeggiante sia la testa di un personaggio femminile, sinuoso che danza tra le foglie.
Scivola lo scalpello e la sgorbia inizia a definire forme e volute.
No, anche oggi, il pensiero non collima con la sostanza.
Pian piano vedo delle forme che non sono per niente femminili. Anzi!
Nasce ᛟ, Ôþalan, Othala, Othila.
La runa ᛟ, Othala, Othila, Ôþalan è il ventitreesimo simbolo dell’antico alfabeto runico germanico (Elder Futhark), associato ai concetti di eredità, famiglia, terra d’origine e beni materiali o spirituali. Il suo nome significa “patrimonio” o “proprietà ancestrale”.
Quale profondo messaggio poteva raggiungermi in questo momento se non quello del “tema familiare”?
Non solo. Il “patrimonio”, la materia che tanto affanna i nostri giorni.
Una runa che parla di radici in una vita sradicata, lontana dal luogo di origine e con il passato che pian piano si assottiglia con l’inevitabilità della morte. Eppure, come ogni pianta privata dei rami e del tronco, nonostante tutto, dalle radici riparte sempre la nuova vita.
Osservo le forme, sul capo immagino una corona. Più lo scalpello definisce i dettagli più mi accorgo che non è una corona. Nel mentre mi coglie una risata. Mi viene in mente qualche episodio in cui, in alcune sedute di ipnosi regressiva, la persona sotto ipnosi ritornasse indietro di alcune vite e, inesorabilmente, si rivedesse tra sfarzi principeschi o banchetti regali.
Ho rischiato anche io di trovarmi nello stesso pantano aristocratico. La mia runa non ha una corona, ha una “ciccìa“, il sostantivo indica, in sardo, quella che chiamano coppola. Sa ciccìa, come quella che indossava mio nonno.
Othala prende forma, inizia a fissarmi con il suo sguardo che si trasforma nel protagonista della storia.
Prendo la sgorbia a V, scivolo lungo il volto. Tra le mani si distende una folta barba, delineata, forte, radicata. La cuspide diviene un cuneo che si insinua nelle profondità della terra, come una vera radice.
Il nonno
Il mio serafico Zuseppe, l’uomo delle due guerre, dei tanti figli, del duro lavoro e del sorriso sempre in volto.


Con la carta vetrata definisco la calotta su cui incidere la runa, pochi capelli sbucano curiosi dal berretto e gli occhi grandi, mi ricordano quanto fosse bello osservare il mondo attraverso la sua fanciullesca gioia di vivere. Le sue labbra, aperte, mi ricordano la sua voce mentre ridevo felicemente al suo chiamarmi “su grodde”, la volpe.h
Lo scalpello scivola lievemente sul legno, così come una lacrima carica di nostalgia. Una goccia di sangue si mescola alla nostalgia, animando per sempre quell’ultimo pezzo di ramo che, lo scorso autunno, sarebbe dovuto finire tra le fiamme dell’oblio.
Oggi, fotografando la runa Othala, l’ho sentita chiamare a raccolta tre presenze che mi accompagnano da tempo: i Tarocchi, la danza sufi e la pirite. L’Arcano XXI, Il Mondo, con il suo cerchio perfetto, mi parla di ciclicità e di un ordine cosmico che avvolge ogni cosa, come un respiro che si espande e ritorna. Guardandolo, è come se il corpo si disponesse spontaneamente alla danza, alla rotazione lenta e continua del Sufi, una pratica di cui anni fa ho sperimentato la forza trasformatrice, il radicamento e l’abbandono insieme. Accanto a questo movimento interiore, la pirite porta il suo peso dorato e terrestre: un piccolo nucleo di luce minerale che tiene unito ciò che si muove, ancorando la visione del Mondo e il vortice della danza allo spazio concreto delle mie mani.
Il minerale, invece, è la Pirite. Il suo colore dorato mi ricorda l’effimera ricerca della ricchezza, tutto ciò che crediamo sia oro, in realtà è semplice materia che perisce, si consuma, passa di mano in mano e non tiene traccia di chi l’ha posseduta. L’unica traccia che possiamo lasciare è nella linea di sangue, quel sangue che si insinua nelle fibre delle mie opere, nelle fibre del mio corpo.
Un giorno sarò anche io radice e di questo, osservando il mio vecchio e caro nonno, spero di essere all’altezza.
Tutto scorre, come la creatività, il prossimo racconto parlerà di Jera, runa del raccolto. È il ritmo lento delle stagioni che si rincorrono, il tempo che lavora in silenzio finché il seme diventa frutto. Così anche il legno, anno dopo anno, custodisce vene, nodi e imperfezioni che le mani imparano ad ascoltare, aspettando il momento giusto per rivelarne la forma.

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