Arte del recupero è il mio spazio artistico, nato tardi, come certe stelle che esplodono solo quando il cielo è pronto a vederle. Avevo quasi quarant’anni e vivevo convinto di non avere alcun talento: l’arte mi sembrava un linguaggio riservato agli altri, qualcosa che mi era sempre mancato. Poi, un giorno, un’artista del posto mi ha guardato e mi ha detto: «Prova». Una parola semplice, quasi sussurrata, eppure è stata come aprire una porta che non sapevo di avere dentro. Così è iniziato tutto: dal primo piccolo maglietto in olivastro, incerto e tremante, fino all’acquisto dei primi scalpelli. Ricordo ancora la meraviglia delle prime volte in cui il legno iniziava a cedere, a parlare, a mostrare una forma nascosta. Era come se sotto la superficie ruvida vivesse già un’immagine, in attesa che qualcuno la liberasse.
Ogni colpo di scalpello mi dava una sensazione doppia e misteriosa: quello che nasceva davanti a me sembrava venire da un luogo lontano, quasi fuori da me, e allo stesso tempo sentivo che era profondamente mio, come se affondasse le radici in una parte antica e silenziosa del mio essere. In quella meraviglia ho capito che l’arte non era qualcosa che si possiede o no, ma un richiamo: il legno di scarto, l’olivo nodoso, le venature irregolari erano specchi in cui, finalmente, iniziavo a riconoscermi.
Da quel momento ho iniziato a recuperare legname come pallet, per farne delle sedute, della mobilia per cucina e bagno. Pian piano è iniziato l’acquisto delle prime attrezzature per la falegnameria. Recuperando un vecchio banco da cantiere ho realizzato il mio banco da falegname ma non solo: in questo modo ho recuperato le mie radici con la mia famiglia.
Ho sentito una profonda vicinanza con chi mi ha preceduto e con chi, come Salvatore Manchia, mio zio, possiede una bottega artigiana, la Vecchia Bottega in provincia di Treviso.
Quando ho iniziato a realizzare la mia prima opera in legno recuperato — Pan, divinità del Meriggio — non avrei mai pensato di riuscire a far emergere una forma “reale”. Fino a quel momento l’arte mi sembrava un linguaggio che non mi apparteneva, qualcosa che guardavo negli altri con ammirazione e distanza.
Pan è stato il primo esperimento, ma anche la prima rivelazione. Un semplice ciocco di ulivo, ruotato quasi per gioco di centottanta gradi, ha iniziato a suggerirmi una presenza. Non sono stato io a inventare quella forma: era già lì, nascosta nelle venature, nei nodi, nelle curve irregolari del legno. Io ho solo iniziato a togliere l’eccesso.
Ricordo ancora il suono dello scalpello che affondava nell’ulivo: un colpo netto, vivo, che si propagava nell’aria e dentro di me. Quel suono sembrava concordare con il battito del mio cuore — e concordare, ho capito, significa proprio questo: risuonare insieme, all’unisono. Ogni colpo era un dialogo silenzioso tra la materia e qualcosa di profondo che mi abitava da sempre.
C’era meraviglia nel vedere prendere forma un volto dal nulla, meraviglia nel sentire che ciò che nasceva sotto le mie mani sembrava venire da fuori e, nello stesso tempo, da un luogo intimissimo. Era come se il legno custodisse una memoria che aspettava solo di essere liberata.
In quel primo incontro ho compreso che non stavo semplicemente lavorando un pezzo di ulivo: stavo recuperando una parte di me. E ogni nodo del legno era un mio nodo interiore che si liberava sotto lo scalpello.
Puoi scoprire le opere nate da questo primo incontro nella sezione dedicata ai miei lavori.

Perché, a volte, ciò che chiamiamo scarto è solo bellezza che aspetta di essere ascoltata.
La storia continua…

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